2 aprile 2019 – ex Convento della Annunziata

«Come mai questo tempo non sapete valutarlo?»

una narrazione di fra Luca Pozzi – Ordine dei Frati Minori di Genova

libera trascrizione di Giampiero Barbieri




ANALISI della SITUAZIONE ODIERNA - Alcuni MITI e ASSILLI

Con quale idea di Dio guardiamo il mondo?

Molte sono le cause che rendono difficile leggere l’oggi, e fra Luca ne elenca alcune:

♦     La globalizzazione: è una cosa seria, perché la facilità, la rapidità, la quantità di informazione, hanno cambiato il quadro di riferimento. Questo cambiamento ci spaventa, anche perché non si capisce da dove arriva, esiste la possibilità che non ci sia in effetti un vero e proprio burattinaio. Certo gli interessi commerciali-economici hanno un peso rilevante su questo fenomeno.

♦     è cambiata la percezione del tempo, tutto sembra “puntiforme”, presente, crediamo che il limite sia sempre un po’ più in là. Questo modifica significativamente le relazioni tra umani. Tutti abbiamo presente cosa vuol dire per noi, per i nostri figli, nipoti, essere sempre connessi con un semplice cellulare. Possiamo essere in contatto col mondo intero istantaneamente.

♦     Grandissimi progressi della scienza. Ogni giorno sentiamo dai media di qualche nuovo conquista in ambito medico, la bio-robotica aiuta chi ha disabilità o ha subito traumi gravi. Anche l’editing genetico ha fatto avanzamenti notevoli, innescando problemi di etica non ancora risolti, anche perché ogni giorno se ne aggiunge una nuova.

♦     Crisi europea. Non riusciamo a trovare una identità comune, e allora sorgono i localismi. L’Europa per secoli è stata i centro del mondo, ma ora il baricentro è spostato altrove. I processi significativi non sono più qui da noi, ma altrove.

♦     Crisi italiana. Questa ci è ben nota, le difficoltà occupazionali di oggi toccano molti adulti, la generazione dei figli, dei nipoti. La reazione più comune si manifesta con sentimenti di rancore, di disillusione, di assenza di speranza. Questo ci conduce a individuare logiche di mera sopravvivenza, di protezione dell’interesse personale. Particolarismi dunque, che rendono la realtà come una infinita polverizzazione.

♦     Chiesa, “il banco vuoto”. A tutti è evidente questo, il nostro paese è de-istituzionalizzato, la cittadinanza lontana dalla chiesa istituzionale, c’è una realtà di “bricolage spirituale”. Il sociologo della religione Marco Marzano dà una idea della chiesa oggi come “un edificio imponente in erosione”, la facciata è ancora relativamente integra, ma dentro un processo avanzato di dissoluzione abitato da incanutiti inquilini. La gerarchia mostra indisponibilità ad accettare qualunque modifica alla articolazione interna, qualsivoglia cambiamento della sua costituzione.

♦     Il mito del piccolo porto sicuro. Una difesa a oltranza del “fortino assediato”. È il grosso limite delle realtà ecclesiali nate subito dopo il Concilio, complice il movimento sessantottino. Movimenti, gruppi, comunità, che si arroccano in un luogo riparato, isolato, nel quale trovare salvezza da un mare in tempesta, in una comunità protettiva – anche economicamente parlando – ma allo stesso tempo soffocante e conformista.

♦     L’assillo che siamo significativi solo siamo massa, occupiamo tutti gli spazi. L’ha esemplificato bene papa Francesco ieri di ritorno dal Marocco “la preoccupazione sorge quando noi cristiani siamo assillati dal pensiero di poter essere significativi solo se siamo la massa, e occupiamo tutti gli spazi”. La vita in realtà si gioca con la capacità di lievitare (in senso evangelico) lì dove ci troviamo, con chi ci troviamo, anche se questo può portare apparentemente a benefici non tangibili o immediati.



MA i SEGNALI non sono TUTTI NEGATIVI !

La difficoltà è quella di coniugare una visione lucida della realtà, ma che sia abitata dalla speranza, perché questo sarebbe il binomio fondamentale per avere un rapporto serio e credente con la vita, anche quando essa ci presenta passaggi, tempi, che ci mettono alla prova. Questa è la forma di “coraggio” di cui abbiamo bisogno, ma non è molto comune, ci sono dei rischi:

♦     Il rischio degli ottimisti superficiali, che non si accorgono che nel loro ottimismo, più in profondo, un po’ rimosso, ci sta un tratto depressivo. Che questo sia un tempo faticoso, è inutile dircelo.

♦     La paura, che ci gioca soprattutto in certi ambiti, come la paura dell’immigrato. Essa riguarda l’oggi, ma anche l’avanti.

♦     La nostalgia. Come stiamo a nostalgia? In fondo il piccolo porto sicuro, anche se non ce l’abbiamo, come vorremmo avercelo!

♦     Apertura o chiusura? La chiusura ci tenta molto, a più livelli: la sopravvivenza e la sicurezza individuale (o anche di gruppo), spesso la realizziamo a prezzo di una chiusura. In un modo innocente questa chiusura si manifesta come un appiattimento sul reale.

♦     Cuore indurito. Ce lo siamo detti prima, la fede è una delle grandi medicine per il cuore che tende a indurirsi (un po’ sinonimo di chiusura). Cuore indurito non è esatto sinonimo di persona cattiva, è che il cuore si inspessisce, risuona meno, è troppo faticoso lascialo risuonare. La durezza nasce da un processo difensivo, in cui entra in gioco una componente di “non fede-fiducia” “non fede-speranza”, bisogna stare attenti a non moralizzare il cuore indurito. È la risultante di processi complessi nella vita di noi.

♦     La semplificazione. È il risultato di un approccio di superficie. Non dico superficiale, perché immediatamente in noi scatta il file moralistico. È che la vita che facciamo ha dilatato a dismisura la superficie – è a perdita d’occhio – e abbiamo grossa fatica ad andare in profondità, quindi viviamo semplificando. È una responsabilità quella della semplificazione, che ha – ha dato – conseguenza nefaste, anche se non nell’immediato.

[ col boom economico – semplificando (troppo) – abbiamo pensato che avremmo risolto tutto, che la vita sarebbe stata più facile, serena … e ci è sfuggito il passaggio che il mondo economico ci avrebbe condotto a essere solo consumatori, e per meglio realizzare questo siamo stati indotti – per lo più passivamente – ad accettare le prassi, che le istituzioni hanno condiviso di fatto, di distruzione del tessuto sociale. Se uno è solo, per compensare compra cose, ma è come una droga, dura un attimo, e si deve comprare ancora. E non solo in negozio, l’Italia è cementificata in modo drammatico, le odierne problematiche di dissesto idro-geologico originano proprio da lì. Questa è una delle responsabilità della nostra generazione, dovuta esattamente a inadeguata semplificazione. E il pianeta non ce la fa più, siamo a rischio di estinzione. ndr. ]

♦     L’importanza della ricerca e del desiderio. Sono due cose che oggi non godono di buone salute. Sono realtà certamente alimentate dalla vita spirituale, ma anche dal pensiero. Oggi c’è una certa disabitudine a pensare, perché pensare fa fatica, inoltre i punti fermi che avevamo oggi non tengono più. Il rischio della semplificazione è alimentato da un pensiero che è povero – anche nella chiesa, si ha paura di pensare – pensare vuol dire intuire, confrontare, approfondire, è un processo che ha tante articolazioni. Questo deve essere un atteggiamento quotidiano. Il vangelo è molto più un “come” che non “che cosa”, ci hanno molto riempito di cose, ma il vangelo è uno stile, un modo di vivere. L’uomo che non desidera è un uomo morto, tutti gli incontri che Gesù fa tendono a risvegliare il desiderio. Desiderare non significa “vogliuzze”, il mondo di oggi ci induce a riempirci di queste, che di fatto depauperano quella forza che invece è l’essere abitati da domande. La fede non è la risposta, la fede è il percorso su cui continuare a farci la domanda. Le pratiche religiose da sole, oggi, non reggono la botta. Invece farsi cassa di risonanza di domanda.

♦     Il limite come opportunità. Lo si comprende pensando. È una affermazione rivoluzionaria, assumere questo tempo come favorevole. Non esattamente le liturgie sono un tempo favorevole, ma la situazione oggi. Favorevole non vuol dire facile.

♦     Questo tempo contiene una chiamata. Lo diceva poco fa don Marco, ma se non ho domande, sarà difficile chi io sintonizzi con la chiamata, sarà difficile che io la discerna dentro processi che non sono né brevi, né garantiti. Questo dobbiamo accettarlo, anche se l’oggi vorrebbe tutto subito, tempo puntiforme … i processi non sono così, però li dobbiamo avviare, sapendo che non ne vedremo la conclusione, sono tempi lunghi inevitabilmente.

♦     Completare, superare il lutto che ci affligge. Finché non ho completato il processo del lutto, le energie che erano impiegate – es. mi muore la pianta e io devo fare il lutto perché mi è morta la pianta -, evidentemente avevo una relazione con quella pianta lì, e investivo energie nella relazione con quella pianta lì. Finché non “riavvolgo” nel processo del lutto – che non è facile -, le mie energie non le ho disponibili per investirle da un’altra parte. Noi tante energie le abbiamo impigliate in un lutto sotto il pelo dell’acqua, è il lutto del mondo che non riconosciamo, il lutto del mondo che è secolarizzato, è il lutto di una chiesa che non ha più i numeri di prima, delle panche vuote … accade anche con i frati “ma qui dove andiamo?”, uno spaesamento, paura, senso di precarietà, molti conventi chiudono. Forse necessitiamo di farci qualche domanda: “non sarà che l’oggi chiede alla vita religiosa di posizionarsi in un modo diverso?” Questo è chiesto a tutti, ai frati, ai laici, ai vescovi. Ma questa cosa ci sconvolge, perché ci erode le sicurezze. Io mi domando “la fede è una fonte di sicurezza, in che modo?”.

♦     Fede uguale a pratiche religiose? Non è che noi di fatto abbiamo fatto la sovrapposizione tra fede e il sistema religioso che la esprime? Sul sistema religioso Gesù non si è impegnato, e anche sulla fede si è detto “quando torno la trovo?”, ha lasciato una domanda aperta, ma non si è impegnato minimamente per un modello di chiesa.

♦     L’emergenza climatico-ambientale. Per fare il lutto bisogna diventare coscienti, ma in molti ci difendiamo da questo, usiamo la tecnica dello struzzo che però non funziona. Pensiamo ad esempio alla emergenza climatica, al degrado ambientale, vediamo immagini agghiaccianti … siamo stati noi che abbiamo fatto tutto questo, ma è come se non cogliessimo il collegamento. Siamo terrorizzati da quello che sta accadendo … il papa nella “Laudato si’ “ parla di conversione ecologica; se vogliamo salvare il pianeta ci dobbiamo convertire … e noi andiamo avanti tranquilli … basta che non ci chiedano di modificare i nostri assetti esistenziali.



PRATICHE di UMANIZZAZIONE, alcuni binomi:

♦     attenzione e consapevolezza. Siamo tutti all’asilo, non siamo abituati ad essere attenti e consapevoli. Se non si è consapevoli non si può fare il passo avanti, perché quella cosa non diventa cosciente, naviga da qualche altra parte in un inconscio collettivo, non diventa nostra.

♦     ascolto e contemplazione. Ah finalmente siamo a casa! Ci vediamo un po’, facciamo un ritiro. Dico con la “a” e la “c” minuscole, bisogna ri-allenare i nostri sensi, c’è un modo collegato con l’attenzione di metterci in ascolto e di guardare alle cose, questo va nella direzione di quel “non superficialmente” “non semplificando”.

♦     apertura e fiducia. Non è facile. Questi problemi di cui stiamo parlando, dal più piccolo che è quello della chiesa, a quello universale che ci fa sentire umani, non li risolviamo da soli, dobbiamo mettere in cantiere la relazione con gli altri. Se non lo facciamo per amore, lo dovremo fare per forza. Il papa ci insegna, va … lo sa benissimo che ci sono i fondamentalisti islamici – non è mica stupido, eh – lo sa benissimo che la metà delle cose che scrive sono uno sguardo profetico che forse si realizzerà tra quattro generazioni, ma lui crede nell’ iniziare processi, e i processi passano da tre cose – dice Abu Dhabi – “la conoscenza reciproca, il dialogo, la collaborazione”. Secondo voi noi cattolici siamo abituati a riconoscere all’altro il suo naturale diritto a essere soggetto, no … noi l’altro normalmente lo percepiamo come uno che inizialmente ci suscita diffidenza, perché scatta il discorso della alterità, l’altro potenzialmente è sempre minaccioso, se poi è diverso è minacciosissimo. E spesso l’altro è solo oggetto della mia carità. Pensate che faccia contento qualcuno questo approccio? “Apertura e fiducia” sono una rivoluzione mentale.



PASSO a una CITAZIONE di Zygmunt BAUMAN

Grande filosofo e sociologo polacco, lui dice così:

Il paradiso perduto coincide con l’essere liberi dalla scelta. Più precisamente con la cancellazione del dovere di prendersi cura e di contribuire al benessere del mondo e all’ospitalità degli umani che vi abitano. Ma lavarsi le mani nella battaglia tra bene e male, moralità e indifferenza, verità e menzogna, significa rinunciare alla dignità umana, ovvero proprio a quel preciso invito di Dio, rivolto unicamente alla specie umana, a partecipare al completamento dell’atto della creazione, e che in fondo è il motivo per cui sono state date all’uomo la ragione, la socialità e la libertà di scelta.”

Il filosofo cerca di risvegliarci da rischi grossi.

Questo tempo non lo sappiamo discernere per tanti motivi, ci vuole una lettura complessa. Una lettura semplice di eventi complessi non porta mai ad una soluzione. Bisogna fare la fatica, avere la pazienza di fare una lettura articolata, se no, quando facciamo tornare i conti, bariamo. Facciamo il gioco delle tre carte. Tutti, anche noi credenti, dobbiamo essere disponibili a fare questo cammino, a giocare questa partita, senza troppe ritrosi, sapendo che è certamente faticoso, ma anche avvincente. È l’unica possibilità di vivere quella pienezza di vita di cui parla Bauman.



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DIBATTITO

Ribadito il limite come opportunità – ribadito il concetto di complessità, implica farsi aiutare da specialisti di questi sistemi – ribadito che in Europa non tutto è negativo, sono portati esempi.

Ribadito il concetto di dismissione e lutto, siamo dentro questo edificio affannati, facciamo fatica a fare lutto, facciamo ordine, manutenzione, qualche evento. Ma in realtà non sappiamo cosa fare.

Il cardinal Martini divideva il mondo tra pensanti e non pensanti. Se uno pensa forse ha l’occasione di incontrare altri, che partono da altre premesse. Anche a me capita di trovare persone in ambiti diversi che, nel momento in cui provano a pensare in un modo intellettualmente onesto, non sponsorizzante o difensivo delle proprie ideologie, formano spontaneamente sintonie, collegamenti, vicinanze, scambi, interazioni, nascono “esperienze di noi”, di comunità, spesso transitorie, anche partendo da punti di vista molto lontani.

L’interdipendenza: il sistema pianeta è complesso. Se una farfalla batte le ali qui, a Hong Kong succede qualcosa, allora invitava a muoversi verso questi modelli. Rispondo sì prudenza, ma anche concretezza, per evitare il rischio di diventare dei teorici, che fanno solo laboratori sperimentali di pensiero. Non lo intendo in quel senso lì il pensiero, c’è da assumere qualche rischio, cosa che fa parte in qualche modo della responsabilità. Quindi intravvedere quali percorsi possibili con chi. Certo rischiamo di sbagliare, ma anche i papa dice “meglio una chiesa ferita e lacera che una chiesa malata di chiusura”. Abbiamo bisogno di farci una mappa, poi la mettiamo in bella, poi meglio averla a colori … nel frattempo la vita passa, ci dobbiamo accontentare a un certo punto del non finito, gli artisti insegnano.

Dobbiamo avere relazione con diversi, perché se incontriamo solo quelli che hanno il nostro punto di vista, ci limitiamo in un mondo troppo angusto. La chiesa riceve e non solo dà. Questo urta la mentalità media, all’interno la urta, questa operazione qui non crea consenso. Chi si muoverà prenderà pomodori sulla faccia. Si attiveranno poche persone, in mezzo a mille mugugni … però bisogna lasciar andare chi vuole andare. Le cose non corrette cui stiamo assistendo vanno avanti, anche se lo struzzo mette la testa sotto la sabbia, il leone se lo mangia. I processi innescati, sia virtuosi che non, vanno avanti. Quelli non virtuosi bisogna fermarli, o in qualche modo invertire la rotta. Questo vuol dire uscire dall’anonimato, prendere responsabilità, confrontarsi, incontrare, con chi e su che cosa puntare. Qui a Sestri c’è qualcosa dove ci possiamo trovare tra diversi come appartenenze, facendo collante comune.

Ci sono parrocchie che hanno problema a fare insieme il catechismo, siamo fuori dal tempo, ci accaniamo a difendere i nostri mini-localismi, perché siamo abituati così, perché altrimenti perdiamo la nostra identità. Bisogna cambiare mentalità, è urgente fare questo. Ci manca un po’ un sussulto di … c’è una sorta di rassegnazione, qualche ‘tapulletto’, un cerotto lì, una stuccata là. Quante volte mi dico “c’è da parlare con quel frate là, lascia perdere … lascia perdere …”, e anche noi tutti qui, c’è la moglie, il marito, i figli, i compagni di lavoro … è un tempo di appisolamento generale, ci dobbiamo svegliare “attenzione e consapevolezza”. Saranno pochi quelli che si muovono, facciamo, anche se apparentemente non porterà benefici tangibili, immediati. Non ci dobbiamo mica muovere per la gloria, per il successo, ci muoviamo perché riteniamo la cosa giusta, buona da fare, tentativamente ‘evangelica’ da fare, non avremo applausi, ma non è neanche il caso di farne un dramma … l’alternativa è l’appiattimento, che è la forma più spendibile della chiusura.



Ribadito il rischio di fare del vangelo solo una buona sociologia, utile per convivere, ma la trascendenza, quella cioè che ci permette grandi orizzonti?

Lo dico anche ai bambini delle elementari, non è che noi abbiamo fatto un’azione di scivolamento tra la fede e l’appartenenza di chiesa? La chiesa è una conseguenza della fede, ma solo una conseguenza. Noi facciamo una fatica terribile a disi-identificarci con un modello di credente e di comunità cristiana, l’unica possibilità per identificarci in un nuovo modello – ecclesia semper reformanda – è staccarci dal modello tridentino. È ancora una chiesa ancora tridentina, il Vaticano II è là, qualcosina è filtrato, poco, poco … ci vogliono 50-100 anni perché un concilio cominci a prendere carne.

La fatica del lutto è la paura a lasciarci precarizzare da quel modello, immagine di chiesa che tutti abbiamo stampato dentro. Per proseguire questo esodo di cui non abbiamo perfetta chiarezza. Il papa vuole ri-formare la chiesa, certo ri-formare, è tempo in cui la comunità cristiana. Fondata sul vangelo, per essere incarnazione di questo tempo deve trovare una forma più adeguata.

Il vangelo non è soltanto fare delle ‘lectio’, è una parte fondamentale e la dò per buona, ma poi c’è tutto lo stile a cui accennavo, che dobbiamo imparare, lo stile di relazione, la capacità di ospitare di Bauman. Solitamente pensiamo “ospitare un migrante”, si tratta anche di “lasciarsi ospitare”.

Abbiamo molto da fare !