la regista Marina Maffei e "Il portico di Salomone"

 

Premessa

Sono venuta perché Maria Carla è stata mia compagna di scuola ed è una grandissima estimatrice del “Portico di Salomone”.

Nei confronti del Serra Club, prima ancora che io lo conoscessi, ho fatto un’esperienza che me lo ha reso simpatico, e ho una gratitudine nel confronto del Serra Club. Vi racconto questo aneddoto perché è stata una cosa importante nella mia vita … ho conosciuto una persona stimabilissima nell’ambito del mio lavoro, una personalità nel suo campo, molto più anziana di me, poteva essere mio padre, che mi aveva raccontato, ammirato della mia voglia di seguire la fede cristiana nel rapporto coi ragazzi, che aveva perso la fede. Parecchie volte mi chiamava, proprio per confidare questa sua pena, perché soffriva molto di questa perdita, non riusciva a credere di nuovo, come aveva fatto da ragazzo. Poi è stato trasferito, abbiamo tenuto i contatti per un po’ di tempo, poi lui mi telefona e mi dice “la chiamo per darle una bellissima notizia, io ho ritrovato la fede grazie al Serra Club”. Allora io ho detto “chi sono questi?” ed ero veramente grata perché questa persona l’ho amata proprio tanto, le ho voluto molto bene.

 

L’inizio di questa mia esperienza

Stasera vorrei raccontare gli elementi che caratterizzano la mia esperienza di teatro, perché secondo me abbiamo cose in comune, c’è una esperienza educativa che ci coinvolge in questa cosa, per me è con dei ragazzi che boh … non so quale sarà la loro professione, e per voi con dei ragazzi, i seminaristi, per i quali pregate per una vocazione già espressa. In ogni caso siamo coinvolti in una vocazione educativa per noi e per loro.

Il “Portico di Salomone” è una associazione teatrale, costituita due anni fa, ha iniziato a lavorare nel 2013 con un gruppo di ragazzi fondamentalmente di Rapallo, appartenenti a varie parrocchie e non, in forza di una premessa che per me è doveroso fare: che cos’è che ha acceso in me questa follia, di mettere in piedi una compagnia teatrale, amatoriale, dilettante, ma che comincia ad avere dei tratti molto, molto interessanti.

La premessa a tutto questo è il mio desiderio di bellezza, cioè il fatto che dentro di me ho sempre covato un talento, non nel senso di una capacità, di una bravura, ma il talento di voler cercare, di riconoscere la bellezza dovunque fosse. E così mi sono avvicinata all’arte, perché secondo me è l’espressione più grande, più a portata di mano che abbiamo per esprimere la bellezza. Ricordo un momento in cui ho avuto chiaro che dovevo proprio cercare tra quelli che scrivevano, tra quello che dipingevano i pittori, quello che loro esprimevano meglio di quanto io facessi.

Ancora un racconto personale: quando ero bambina provavo sempre uno struggimento grandissimo, una nostalgia grandissima la domenica sera quando finiva la giornata più bella della settimana. Io alla domenica andavo col gruppo delle damine della Azione Cattolica, e lì per me quella era la giornata più bella, l’aspettavo tutta la settimana perché lì ero a casa, giocavo, pregavo, stavo con la mia delegata. Quando arrivava la domenica sera ero sempre tanto triste, perché, perché era finito il giorno più bello. Una nostalgia veramente struggente dentro di me. Qualche anno dopo lessi “La sera del dì di festa” di Leopardi, che raccontava quel mio struggimento lì, lo diceva in una maniera così bella, quella mia nostalgia lui la raccontava in modo così bello, così vero, più di quanto non riuscissi a spiegarlo, che mi affascinò tantissimo, e così cominciai a leggere con una certa attenzione, perché in molti autori che leggevo veniva fuori la parte più vere, più nascosta di me.

E così facendo, ho cominciato a proporre questi testi, quelli che mi colpivano di più, quelli che tiravano fuori da me i momenti più belli, i desideri più belli. Sono stata insegnante, ora in pensione, e li proponevo ai ragazzi, e avendo tra le mie preferenze il teatro, un po’ perché da ragazza il signor Forella mi ha messo in azione, un po’ perché anche mio padre ha recitato anche lui da giovane. Con i ragazzi facevamo il classico spettacolo di fine anno, li ho coinvolti in testi estremamente significativi, testi di Buzzati, Il piccolo Principe, Lancillotto, insomma abbiamo fatto un sacco di lavori, e poi quando sono andata in pensione, anziché curare un orto mi è venuta l’idea di fare una compagnia teatrale, sono andata a cercare i miei vecchi alunni, quelli che avevano più passione per questo, ho fatto loro questa proposta.

Quindi il primo elemento di una esperienza, educativa comunque, creativa anche in questo senso, è il desiderio del cuore di fare cose buone, di un bene, di una bellezza. Il secondo è il rapporto con il testo e con i ragazzi. Li ho incontrati, hanno aderito tutti quelli a cui ho chiesto, abbiamo fatto un gruppo, abbiamo cominciato a lavorare insieme, 25 ragazzi, abbiamo cominciato a fare un’esperienza educativa. Questa è la cosa più interessante della mia esperienza, non è tanto l’esito finale – saliamo su un palco e di solito riscuotiamo tanto successo – ma questi tempi lunghi con cui accompagnare un ragazzo. È una questione educativa prima di tutto per me.

 

La puntualità

Quali sono i momenti interessanti, i valori, gli impegni, per esempio quello della puntualità, della responsabilità, della fedeltà … e non è facile coltivare queste qualità, non è facile neppure per me. Io arrivo puntuale, perché sto capendo da ciò che chiedo ai ragazzi che la puntualità è una cosa importante per me, a teatro si vede di più, nella vita ci si può anche nascondere. A teatro, se non sei puntuale, non si parte, non si inizia, gli altri sono in difficoltà, chi è puntuale ne risente. Sono valori che a teatro emergono con estrema chiarezza – un non può partecipare a una prova, si dimentica di telefonare, mette in difficoltà tutti gli altri -, sei responsabile di una scelta.

 

La fedeltà

La fedeltà … uno si assume un impegno – quest’anno 6 mesi -, il lavoro è molto impegnativo. Immaginate dei ragazzi, dai 15 ai 28 anni, che per 6 mesi sono fedeli ad un impegno, ad una appuntamento settimanale, e a volte bisettimanale. Non è immediato questo, è proprio un percorso educativo, anche per me, non mollare, non scoraggiarmi quando queste cose attraversavano momenti di difficoltà, momenti di crisi proprio incredibile – chi non poteva venire, chi aveva altro da fare, trovare una sera che andasse bene a tutti -, ho passato un periodo in cui eravamo 25, è dura trovare un momento che andasse bene per tutti. Ma una vota trovato, scovato questo momento, capire quali erano le ragioni per essere fedeli, le ragioni quali sono? Non tiene nulla, se la ragione non è veramente radicata in noi, non tiene né lo spettacolo finale, né la passione per il teatro. È questo desideri, la nostalgia di cui vi parlavo prima, quello struggimento di una cosa bella che può venire a mancarmi … dobbiamo sempre ricondurci al nostro cuore, perché lì i ragazzi ci sentono. È una esperienza educativa prima di tutto per me, perché stando con loro sento la responsabilità a chiamarli ad uno ad uno, ad averli in mente ad uno ad uno, a capire un problema, a essere dura invece in un’altra circostanza.

 

La scelta dei testi

Finora non ho ancora parlato di Cristo, perché – come dire – finora ho messo a tema l’uomo, perché il bisogno dell’uomo, l’educazione dell’uomo, coincidono con Cristo. Quando si mette bene a tema, quando si fanno emergere le domande del cuore, allora si arriva a Gesù. Quando qualcuno intercetta Gesù, o perché è in un testo, o perché si parla di Lui, perché in un testo si parla dell’esigenza di crescere … qualcuno comincia a intercettarlo Gesù, come una possibilità di risposta, magari no ancora così evidente.

Quindi abbiamo scelto dei testi che mettessero a tema il bisogno dell’uomo, l’uomo colto nelle sue esigenze fondamentali.

Abbiamo cominciato il primo anno nel 2013 in occasione dell’Anno della Fede. Avevo letto su “Porta Fidei” un passaggio sui preamboli della fede, in cui Benedetto XVI diceva “D’altra parte non possiamo dimenticare che nel nostro contesto culturale, tante persone, pur non riconoscendo in sé il dono della fede, sono comunque in una sincera ricerca del senso ultimo e della verità definitiva sulla loro esistenza e sul mondo. Questa ricerca è un autentico preambolo alla fede, perché muove le persone sulla strada che conduce al mistero di Dio”. Quell’anno lì sono proprio stata colpita da questa frase, e mi sono detta “perché non lavoriamo su questa esigenza di fede che ogni uomo ha?”.

 

Barabba

E allora quell’anno lì abbiamo rappresentato Barabba di Pär Fabian Lagerkvist, scrittore svedese Premio Nobel per la letteratura (1951). Non credente, ha scritto un romanzo, che poi è anche sceneggiato, sulla figura di Barabba, questo uomo che noi tutti conosciamo, questa figura secondaria del vangelo, così significativa, che, fin dal primo momento che ottiene la libertà, incomincia ad essere tormentato dalla domanda “ma chi è costui, che è morto al mio posto?”. Quindi tutta la vita di Barabba va all’inseguimento di una risposta. È incredibile questa stori, essendo lui un brigante, poi rinchiuso nelle miniere di zolfo di Cipro viene attaccato alla catena con un seguace di Cristo. Quindi per tutta la vita è rincorso, rincorre questa figura “ma chi è?”, fino a quella famosissima frase “ed io vorrei credere in Cristo!”. Insieme a questo schiavo attaccato alla catena con lui, incomincia a desiderare, ad essere anche lui con i seguaci di Cristo.

Siamo partiti da quella esigenza “vorrei credere”, e ci siamo detti “ma Barabba sono io!”, non è Barabba un altro, io sono Barabba. Questa inquietudine, che ha segnato tutta la vita di Barabba, alla ricerca del significato di quel gesto lì, uno che muore al mio posto, è la stessa inquietudine che segna noi, è la nostra ricerca, noi non possiamo trovare Cristo se non lo cerchiamo continuamente, se il cuore non si a pre continuamente in una domanda, in una ricerca. è bellissima questa figura, questa sua tensione continua … “io sono Barabba” è stato un po’ il nostro slogan, abbiamo cercato come di riscoprire la nostra inquietudine, l’inquietudine del nostro cuore.

Quell’anno poi ci siamo costituiti anche come associazione, come compagnia teatrale, e abbiamo incontrato la simpatia del nostro Vescovo – io creo che il vescovo abbia recitato da ragazzo, che abbia fatto teatro -, ha una simpatia spiccatissima proprio per il teatro, e per la nostra compagnia. Ci ha aiutato, ci ha accompagnato con una paternità incredibile, noi abbiamo presentato questo lavoro nel 2013 al Teatro Cantero con un pubblico di 800 persone. È stata veramente una soddisfazione incredibile per i ragazzi, e comunque un primo grande passo in questa impresa.

 

Giobbe, o la tortura degli amici

L’anno successivo abbiamo continuato nella domanda, quella domanda “vorrei credere, come si fa a credere?”. Siamo passati alla domanda di Giobbe “come si fa a vivere così?”. Abbiamo messo in scena il Giobbe di Fabrice Hadjadj, uno dei filosofi francesi più conosciuti, più rinomati, che da un’esperienza atea è passato poi alla professione della fede cristiana, in età abbastanza adulta.

Lui rappresenta questo Giobbe contemporaneo, che si domanda il significato della sua sofferenza. Dio permette a Satana di tentarlo, e Satana lo tenta con le persone vicine, con gli amici. Tutti vanno al capezzale di Giobbe e cercano di propinargli la loro medicina, la loro cura. Chi gli dice di evadere, di alienarsi, ci sono dei mezzi per perdere coscienza, perdere contatto con questa realtà terribile. C’è chi lo invita a ribellarsi a Dio. C’è chi lo invita ad una notte d’amore, c’è una ragazza che lo accosta. C’è la moglie che lo invita a liberarsi della sua sofferenza facendosi una iniezione, e così via. Tanti tentativi di rispondere, però Giobbe si accorge che, nonostante sia arrabbiato con Dio e non capisca il senso della sua sofferenza, non può accettare quelle risposte … sono parziali, non rispondono veramente alla sua domanda.

C’è tutta questa storia bellissima di quest’uomo che attraverso questi incontri, e attraverso la sua sofferenza, arriva a capire che l’uomo è fatto così, che la sofferenza fa parte della vita, che il mistero di Dio è insondabile, però quel mistero lì riserva una risposta veramente esauriente rispetto a quelle proposte dei suoi amici.

La cosa interessante è che noi abbiamo introdotto nello spettacolo di Hadjadj, nel suo testo abbiamo introdotto un coro, che i ragazzi hanno studiato, delle parti del libro di Giobbe dell’Antico Testamento. C’stato quindi un rimando tra il testo dell’Antico Testamento e il testo di Hadjadj, che è stato bellissimo, un esperimento andato bene.

 

Trincee di Pace

Poi abbiamo fatto un lavoro sulla 1° Guerra Mondiale, in occasione del centenario. Sempre la domanda ritorna sui ragazzi, ma l’uomo perché è arrivato … credeva di far bene? L’entusiasmo di quelli che sono partiti per il fronte, quanti giovani, questa svista, questa utopia terribile, terrificante in cui sono caduti.

 

Elena Bono

L’anno scorso abbiamo messo in scena questo titolo di Elena Bono. Abbiamo fatto un omaggio, a un anno dalla morte della poetessa, della scrittrice chiavarese. Abbiamo messo in scena due sue opere, due suoi racconti. Questa è stata l’impresa più epica perché io ho sceneggiato i due racconti in forma dialogica, teatrale. È stata veramente una cosa spettacolare perché questo contatto con le figure del Vangelo di cui parla Elena in “Morte di Adamo” – noi abbiamo rappresentato la figlia di Giairo e la moglie del procuratore. Come va a finire la vicenda di Giairo dopo che la bambina è stata resuscitata da Gesù?

E poi c’è la storia della moglie di Pilato, dopo l’incontro con Gesù, viva anche lei, come Barabba, un’inquietudine incredibile, e va a Roma da Seneca per parlare con lui. È stato commovente questo lavoro, i ragazzi hanno voluto verificare il rapporto profondo tra fede e filosofia, fede e ragione. Cioè, la filosofia non è nemica della fede. Se l’uomo è leale, se l’uomo si pone la domanda giusta – lo abbiamo visto in Seneca, questa bellissima figura di Seneca – addirittura Elena lo immagina come cristiano, vede in lui una figura … un profeta del cristianesimo.

 

Voglia di un autore laico – “però dobbiamo trovare un aggancio”

In questi ultimi due anni abbiamo collaborato con la pastorale giovanile. Quest’anno il lavoro lo faremo a Rapallo a Villa Tigullio nel mese di agosto, anche questo in collaborazione con la pastorale giovanile. Quest’anno iniziamo una sfida, che non so dove ci porterà. I ragazzi l’anno scorso mi hanno detto “ma perché non proviamo a cimentarci con opere che non siano così spiccatamente religiose? Per vedere se riusciamo comunque in qualche modo, anche in opere laiche – teniamo comunque conto che Lagerkvist è un non credente”. Quest’anno mi hanno chiesto innanzitutto un genere più leggero – sono 3 anni che facciamo dei drammi – e poi proviamo a cimentarci con qualcuno che non aveva in mente chiaramente la questione religiosa. Mi sono fatta sfidare da questa proposta, ma ho detto “sì, però dobbiamo trovare un aggancio”, un aggancio con la realtà, e allora abbiamo cominciato a guardare la realtà che ci circonda, e ci siamo accorti che l’uomo sta perdendo sempre più il suo umanesimo, il suo valore umano, e abbiamo visto nella realtà, nella società stessa – fatti di Parigi – abbiamo visto una bestialità, come se l’uomo a poco a poco, rinunciando a Dio, allontanandosi da Dio, in realtà perdesse la sua umanità, l’uomo diventa bestia.

 

Ionesco – Il rinoceronte – e il diario

E allora mi è venuto in mente Ionesco, che scrisse a metà del ‘900 “Il rinoceronte”, che è la storia di una progressiva bestializzazione dell’uomo, l’uomo si trasforma in rinoceronte, quindi questa società che perde le sue connotazioni umane. È un genere grottesco, non è una commedia, però ha dei tratti veramente risibili, e poi questo uomo così meschino, uomo che si omologa agli stereotipi, questa società che perde senso … fa anche ridere. Ionesco, come genere, è molto più leggero rispetto a quelli degli anni scorsi, eppoi più laico di così …

Si sono spaventati subito quando abbiamo letto il testo, perché è molto impegnativo non tanto come approfondimento dei personaggi, ma come sviluppo, come ritmo … e poi abbiamo fatto una scoperta – il Signore ci accompagna, ci guida su strade … - abbiamo cominciato a leggere Ionesco, io di lui sapevo quello che avevo studiato al liceo, sui libri, sui testi, le letterature, i nostri critici del ‘900, quindi il teatro dell’assurdo, dell’impossibile, questo saggio anarchico, al lotta contro i totalitarismi, tutte cose che si sanno, però neanche un accenno all’anima di Ionesco.

Invece poi, avvicinandoci a questa figura, abbiamo scoperto il suo diario, e il suo diario è una lode continua a Dio, che lui ha cercato per tutta la sua vita. E lui si è arrabbiato quando qualcuno definì il teatro di Ionesco il teatro dell’assurdo – tutti l’abbiamo in mente questo teatro dell’assurdo -, si era un po’ risentito dicendo “il mio non è un teatro dell’assurdo, perché assurdo è questo mondo senza Dio, e io descrivo questo mondo senza Dio, ma non è il teatro dell’assurdo, il mio è il teatro dell’assenza, cioè l’assenza di Dio, e io per tutta la vita ho cercato Dio”, e alla fine lo trova.

Ma queste cose qua – vi assicuro – non stanno scritte da nessuna parte, bisogna leggere gli autori, bisogna andare alla fonte. Noi siamo partiti con l’idea di un testo laico, per vedere di misurarci con uno che non crede, e abbiamo trovato uno che crede più di noi. L’ultima opera che lui ha scritto, che non è contemplata quasi da nessuna letteratura, è Massimiliano Kolbe, gli ultimi anni della sua vita ha scritto un libretto per opera, che racconta la vicenda di Massimiliano Kolbe, gli ultimi giorni, le ultime ore di Massimiliano Kolbe con i suoi compagni di bunker.

Abbiamo colto questa intuizione, abbiamo deciso di completare tutto il percorso del “rinoceronte”, presentando il personaggio di Kolbe, che è l’altra faccia di Berenger, il personaggio che è protagonista del “rinoceronte”. È un accostamento, un lavoro molto delicato, molto bello, che stiamo cercando di fare.

Questa è una bella sfida, è sicuro che camminare dentro un’esperienza come questa ci fa scoprire cose nuove.

 

Aspetti che possiamo condividere:

1) il primo è la preghiera, cioè il testo – ad un certo punto – diventa preghiera

vi assicuro che due anni fa, quando i ragazzi hanno studiato a memoria il Libro di Giobbe – non tutto eh, però bei pezzi – e lo recitavano coralmente, insieme, una voce sola, erano 12 ragazzi che recitavano all’unisono il Libro di Giobbe … questi pregavano, hanno imparato a pregare.

Quando andiamo a fondo del grido dell’uomo che chiede “Dio, fatti vedere” – diceva Barabba “ma tu chi sei?” – si impara a pregare.

Frequento una parrocchia dove ce ne sono parecchi di questi ragazzi, ma qualche volta mi è capitato di andare altrove, e io li vedo leggere in chiesa questi ragazzi. Questi ragazzi sono quelli che leggono meglio le letture della domenica, e vanno volentieri, di solito bisogna un po’ tirarli i ragazzi, e questo mi sembra un contributo bello.

[in genere proclama bene chi capisce nel profondo quello che legge n.d.r.]

 

2) la missionarietà

Mi sembra nel Serra Club ci sia stato un grande missionario all’origine della vostra avventura, e noi intendiamo essere missionari di Cristo attraverso questa forma che è molto particolare, fedele alla parola del papa che ha detto “bisogna trovare forme di missionarietà nuove”. Noi riteniamo che col nostro teatro, col nostro messaggio – “rinoceronte” e in Massimiliano Kolbe – possiamo contribuire in qualche modo a quest’opera della chiesa.

 

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Lo spettacolo sarà il 10 agosto a Villa Tigullio a Rapallo, ore 21 – zona porticciolo – uno spazio aperto, esterno, bellissimo