I tuoi peccati sono perdonati

Il vangelo di Luca ci presenta un altro aspetto della vita e della personalità di Gesù: egli accettava spesso di partecipare a pasti fraterni attraverso i quali viveva la sua missione di vicinanza e di condivisione con la vita degli uomini. Durante uno di questi pranzi, nella casa di Simone, un fariseo, Gesù vive un altro dei suoi incontri con persone segnate dall’esperienza del male. Il male che questa donna sta vivendo non riguarda la malattia, male che segna il corpo, ma è un male più profondo che segna la sua anima: è una donna che vive la lontananza da Dio per il peccato.

Nelle parole e nei comportamenti del fariseo e di Gesù si manifestano due modi diversi di guardare al peccato e di conseguenza due modi diversi di pensare Dio. Simone valuta il peccato come una trasgressione della legge e pertanto lo considera una offesa fatta a Dio, autore della legge. Per Simone, Dio è fondamentalmente un giudice che pesa i comportamenti degli uomini, davanti a lui la vita di quella donna pesa sul piatto negativo della bilancia e pertanto la donna è condannata. La valutazione di Simone porta ad inchiodare la donna nel suo male, il peccato definisce ormai per sempre la vita di quella donna, nei suoi confronti non si può che prendere distanza, la sentenza è quella della sua esclusione.”.

Per Gesù il peccato è un male, ma è un male per quella donna che si è allontanata da Dio e dal suo amore; sottraendosi all’amore di Dio si è posta in una condizione di non saperlo più vedere quell’amore per lei, e lontana dall’amore di Dio non può più riconoscere il valore e il senso della sua vita. Per Gesù, Dio è Amore che continua a vivere l’atto creatore con cui ha dato la vita a quella donna; se la donna ha respinto la vita che le era data da Dio, ciò nonostante Dio continua a voler dare la sua vita alla donna per costituirla in quella dignità con la quale l’aveva pensata fin dall’inizio. Per Gesù, il peccato non prende mai tutta la persona fino a farne scomparire la dignità, quella dignità di una vita unica e originale, quella dignità di persona capace di bene. Gesù vede proprio nel comportamento di quella donna i segni del bene che rimane, magari nascosto, dentro di lei. Gesù accoglie i segni dell’amore di quella donna che lava con le lacrime i suoi piedi, li asciuga con i capelli, li bacia e li cosparge di profumo.

Il vangelo ci presenta un Gesù che è anche vero uomo come noi, con una ricca sensibilità che lo porta ad accogliere e apprezzare i gesti dell’affetto e della cura di quella donna. Gesù non nega la realtà di peccato della donna, non dice che non è vero il suo peccato, non fa finta di niente come se il peccato non fosse un male, ma vive l’amore di Dio che vuole contrastare l’esperienza di male fatta dalla donna, facendole vivere una esperienza di bene. Gesù agisce valorizzando l’esperienza di amore di quella donna: ella è anche capace di bene e mettendo in luce il bene presente nel suo profondo, l’aiuta a ricostruirne l’identità in modo che non si senta definita soltanto dal suo peccato. Mettendo in luce l’amore che abita nel cuore di quella donna, manifestato da gesti delicati e affettuosi nei suoi confronti, Gesù le dona consapevolezza del bene presente in lei, risorsa con la quale può incominciare un nuovo cammino.

Il perdono che Gesù dona alla donna, è l’espressione con cui Gesù non fissa questa donna nel suo peccato, ma l’aiuta a mettersi alle spalle il peccato per incominciare una vita nuova.

il Parroco

S. Antonio, uomo di fede

Celebriamo oggi la festa per ricordare sant’Antonio di Padova, il santo che ci è stato dato come figura esemplare per il cammino di fede della nostra comunità. La nostra città è stata nel passato un centro religioso molto importante, in quanto sede invernale del vescovo di Brugnato. Segno di questa rilevanza era anche la presenza di diversi istituti religiosi, tra essi la comunità dei cappuccini ancora presenti, quella dei domenicani che occupavano il convento dell’Annunziata e una comunità di conventuali francescani che erano insediati proprio nelle vicinanze della nostra chiesa. Con la confisca dei beni degli ordini religiosi, i francescani dovettero abbandonare il loro convento che fu ceduto ai privati, rimase però la loro chiesetta dedicata a S. Antonio di Padova. Quando nel dopoguerra questo territorio ebbe un grande sviluppo urbanistico, unendo in un unico agglomerato cittadino gli insediamenti di Santo Stefano e della Marina, fu istituita una nuova parrocchia, alla quale fu data come sede l’antica chiesa dei Francescani. In questo modo la nostra parrocchia ha ereditato il titolo di sant’Antonio.

Della vita e della personalità di S. Antonio si possono dire molte cose attingendo sia alla complessità della sua breve vita, sia alla figura come è stata tramandata nella venerazione e devozione del popolo cristiano. Possiamo parlare del suo ideale di seguace di San Francesco, del suo ardore nella predicazione, della sua predilezione per i poveri. Nell’immaginario popolare, Sant’Antonio è soprattutto il santo dei miracoli, l’intercessore a cui chiedere le grazie che aspettiamo da Dio. Questo titolo gli deriva sia dai segni prodigiosi compiuti in vita, sia dalle grazie attribuitegli dopo la sua morte. In realtà la qualità di S. Antonio che dobbiamo particolarmente mettere in rilievo è la sua vita di fede per cui dalla relazione con Dio ha fatto dipendere le sue scelte di vita: quando ha abbandonato i canonici Agostiniani nel desiderio del martirio per evangelizzare gli islamiti del Marocco, quando ha accettato gli umili servizi di cucina nell’eremo di Montepaolo, quando, scoperta la sua cultura, si è dedicato alla predicazione nell’Italia settentrionale e nel sud della Francia.”.

Quando parliamo della fede, subito associamo a questo termine il compimento di alcune pratiche religiose, ad esempio diciamo che ha fede chi va in chiesa, chi va a messa o chi recita le preghiere. Senza negare che la fede vada alimentata attraverso il compimento delle pratiche religiose, essa non si identifica puramente con il compimento di gesti religiosi, ma piuttosto dal guardare alla vita riconoscendo di esistere in forza di una relazione con Dio. Ha fede chi, alla domanda su che cosa rende felice la vita, risponde che la vita ha valore perchè esistiamo in forza dell’amore con cui Dio ci da e ci mantiene la vita. La fede è una particolare luce che ci indica i criteri con cui vivere tutta la vita, non soltanto alcuni momenti.

Chi non ha fede dice: “tutto dipende da me, tocca a me scegliere come vivere e come affrontare le situazioni della vita”; chi ha fede, sapendo che sempre Dio è presente alla nostra vita si chiede, di fronte ai diversi fatti che accadono, “cosa vuole Dio da me?” Dalla relazione con Dio riconosciuto come una presenza che ci accompagna con amore, dipende prima di tutto la pace del cuore perché non ci si sente mai soli e si sa di essere sempre amati. Segno della fede non è “stare in ginocchio in atteggiamenti pii,” ma “essere nella gioia in tutte le circostanze”. La fede aiuta particolarmente nelle difficoltà, poiché ci sostiene e ci consente di non lasciarci schiacciare e perché si ha fiducia che l’amore di Dio in ultimo ci libererà dalle sofferenze.

Chi ha fede è guidato da un particolare sguardo con cui riconosce ogni altro essere umano come partecipe dello stesso disegno che ha in Dio la sua sorgente e pertanto spera che la felicità desiderata dalla vita per se stesso, sia anche per tutti gli altri. La festa di S. Antonio è proprio una occasione di ravvivare la fede come un modo di vivere che fa dipendere da Dio tutte le scelte.

il Parroco