Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino

Come già dicevo domenica scorsa, la proclamazione da parte di Pietro della sua fede, cioè che “Gesù è il Cristo, inviato di Dio”, genera una svolta nel percorso di Gesù. Nel vangelo di Luca questo mutamento radicale è espresso anche attraverso un cambiamento nel suo itinerario geografico: dalla Galilea, regione posta al nord della Palestina, con una svolta decisa piega verso il sud, per mettersi in cammino verso Gerusalemme. Il cambiamento di direzione geografica, corrisponde ad una decisione interiore, Gesù ascolta e aderisce con decisione alla volontà del Padre. che egli percepisce nel suo cuore. Le parole del vangelo di Luca sottolineano la fermezza e la totalità con cui Gesù vive quella decisione.

Aveva già detto che chi, come Pietro, ha scoperto Gesù come l’amico che aiuta a vivere, doveva essere pronto a vivere come Lui e manifestare l’assoluta fede nell’amore del Padre, fino a donare la vita per amore. Ora invece sorprende che, di fronte ad uno che si offre per seguirlo nel suo cammino, Gesù intenda scoraggiarlo e mettendogli davanti tutte le difficoltà, cerchi di dissuaderlo dal suo proposito. Impressiona anche la risposta esigente e severa che Gesù dà ad altri due discepoli, ai quali proibisce di compiere gesti (che riterremmo quanto mai giusti) ed espressioni di un doveroso affetto verso il padre e verso i famigliari. Le parole di Gesù ci offrono occasione di svolgere alcune riflessioni sul tema dell’essere suoi discepoli: possiamo riferire queste considerazioni sia al cammino di tutti i cristiani, chiamati a seguire la chiamata alla fede in Dio secondo la testimonianza di Gesù, sia al cammino di coloro che nella chiesa hanno ascoltato una chiamata ad una particolare via di discepolato e di servizio, come ad esempio coloro che sono chiamati ad essere preti o religiosi. ”.

Nel caso di quel tale che preso da entusiasmo si propone di seguire Gesù, possiamo dire che la chiamata o la fede non può essere una nostra iniziativa, una decisione che parte dal nostro sentire; una scelta che dipenda solo da noi è soggetta ad essere facilmente cambiata quando finisce l’entusiasmo, quando non appaia più conveniente. La fede e la chiamata sono un dono ed una iniziativa di Dio, che entrando nella vita di una persona e offrendo il suo amore, prima di tutto fa scoprire come Lui sia l’incontro che riempie di gioia la vita; proprio perché si è incominciato a sperimentare questo dono, è possibile vivere la propria risposta in modo totale. Se dunque fosse una nostra iniziativa, potremmo sempre cambiarla, se invece è una iniziativa di Dio, noi possiamo rispondere sì o no, ma se gli diciamo di sì, questo “sì” dobbiamo dirlo fino in fondo.

C’è poi il caso degli altri due discepoli, che chiedono di compiere prima gesti di cura e di rispetto verso i propri familiari; la questione che provoca la severa reazione di Gesù è data, a mio avviso, dalla parola “prima” utilizzata da entrambi nella loro richiesta, che fa pensare, che la chiamata a seguirlo possa essere considerata come una proposta accanto alle relazioni familiari. Incontrare Gesù, scoprire attraverso di Lui la relazione col Padre, riconoscere l’amore di Dio come ciò che risponde alle domande fondamentali della vita, è un dono che illumina di senso la vita, tutta la vita, niente altro può essere vissuto a prescindere da quell’incontro. Rispetto all’incontro con Gesù non c’è niente che viene prima, come non c’è niente che viene dopo, poiché questo incontro è il dono che dà senso a tutto, è il punto di vista con cui vivere tutto. Io penso che Gesù non intendesse dire che seppellire il padre fosse una cosa da non fare e la volesse proibire, come penso che non ritenesse il congedarsi dai familiari una cosa da non fare, ma che fosse sbagliato viverla come un’alternativa a seguirlo e ad annunciare il vangelo. Non ci sono cose cristiane e cose profane, ci sono criteri egoistici e criteri evangelici, perciò tutto è buono, se vissuto con i criteri che derivano dalla relazione con Gesù.

il Parroco