Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno

Viviamo oggi l’ultima domenica dell’anno e siamo invitati a fare la sintesi di tutto ciò che attraverso i diversi tempi liturgici e le diverse feste, abbiamo celebrato. Nelle varie feste dal Natale alla Pasqua e ripercorrendo il vangelo di Luca nelle domeniche del tempo ordinario, abbiamo ripercorso tutta la vita di Gesù, ascoltando il suo insegnamento e conoscendo tutti i momenti della sua vita. Abbiamo fatto tutto questo, perché accogliamo come vero anche per noi, l’esperienza che gli apostoli e i discepoli hanno vissuto quando hanno incontrato Gesù, riconoscendo che Gesù aiuta a dare un significato nuovo alla vita. Per esprimere questa nostra fede utilizziamo una immagine che oggi è un po’ passata di moda: diciamo che Gesù è il Re dell’universo.

Ci accorgiamo immediatamente però, che dopo aver detto di Gesù che è il re, dobbiamo precisare che è re in modo diverso da coloro che regnano negli stati terreni ed esercitano il potere. La diversità della regalità di Gesù, emerge in modo evidente dalla scelta che la chiesa ha fatto di offrire alla nostra meditazione il racconto della crocifissione di Gesù; è evidentemente uno strano re, quello che esprime la sua regalità morendo sulla croce! Per ben tre volte: i capi del popolo, i soldati che porgono a Gesù l’aceto, uno dei malfattori, dicono a Gesù: “Salva te stesso”. Se Gesù scendesse dalla croce, manifesterebbe una forza che lo farebbe riconoscere immediatamente come un vero re di questo mondo. Gesù invece percorre una strada diversa, rimane sulla croce e noi crediamo che proprio attraverso il rimanere sulla croce abbia manifestato la sua regalità. ”.

In che modo con il suo rimanere sulla croce fino a morire rivela la sua regalità?

Per comprendere pienamente la regalità di Gesù, bisogna mettere attenzione agli atteggiamenti con cui Egli vive il drammatico incontro con quella terribile sofferenza. Proprio il vangelo di Luca mette in evidenza, più degli altri, l’atteggiamento interiore di Gesù, riportando alcune sue parole. Anche di fronte alla morte Gesù continua a vivere secondo quella fede che ha guidato tutta la sua vita: sa di esistere in relazione con Dio, che riconosce come Padre, e a lui si abbandona con totale fiducia. Guidato da questa fede, egli continua a vivere, non ripiegato su di sé, ma proteso dall’amore fino ad abbracciare tutti, ed invocando per i suoi uccisori il perdono.

C’è un uomo che, a differenza di tutti gli altri, comprende che quell’amore manifestato da Gesù può illuminare di un significato nuovo tutta la sua vita e aprire anche per lui una strada di speranza. Quell’uomo arriva a questa consapevolezza: “se è vero l’amore del Padre a cui Gesù si consegna, se è vero l’amore che Gesù vive verso i suoi uccisori, anche io sono amato. Alla luce dell’amore di Gesù, la mia vita non può essere guardata solo attraverso la mia storia sbagliata,
io non sono solo la somma dei miei peccati
. Allora posso credere che anche io sono perdonato dal mio male, che anche io sono ancora riconosciuto come una persona, che al di là del male che ho costruito, Gesù continua a vedere in me il bene”. Quest’uomo è uno dei malfattori che è proprio in croce accanto a Gesù, che diventa la figura del vero discepolo e che sta li a rappresentare tutti noi, e con la semplice parola: “ricordati di me”, apre la sua vita all’amore di Gesù.

Anche per noi:

Credere all’amore della croce dà la forza di risorgere da ogni esperienza di male.

Credere all’amore della croce vuol dire guardare avanti di fronte ad ogni dolore.

Credere all’amore della croce significa continuare ad avere speranza anche di fronte all’appuntamento con la morte.

Credere all’amore della croce significa lottare per un mondo nel quale ci sia bene per tutti.

il Parroco