Colui che mangia me, vivrà per me - Gv 6,51-58

Qualche volta mi ritrovo a pensare a me stesso e a chiedermi: “Ma io chi sono?” Qualche volta mi capita che qualcuno mi chieda di parlare di me. Quando io cerco di dire a me stesso e agli altri chi sono, certo non mi accontento di dire: “Io son alto tanto, sono di costituzione robusta, ho pochi capelli castani, gli occhi verdi”. Io sono certo un corpo, ma non mi sento definito soltanto dalle misure e dalle caratteristiche del mio corpo; dicono molto di più di me, le cose e le persone che amo, la musica che ascolto, le situazioni per cui mi appassiono e anche quelle per cui mi arrabbio. Ciò che è più proprio di me, ciò che maggiormente mi definisce è come sono dentro, come sono nell’anima. Noi siamo il nostro mondo interiore: i pensieri che elaboriamo, i valori che poniamo a fondamento delle nostre scelte, le nostre emozioni. Il nostro mondo interiore resterebbe però irraggiungibile, se non riuscissimo a manifestarlo attraverso il corpo. Utilizzando il corpo, cioè il nostro apparato vocale, noi manifestiamo chi siamo: la voce ci permette di esprimere il nostro pensiero e i nostri sentimenti. Anche senza parlare si vede il nostro stato d’animo, dal nostro arrossire o impallidire, dal nostro piangere o ridere. A volte resto sorpreso di fronte alla domanda: “ Cosa stai pensando?” Mi sembrava di essere impassibile, invece chi mi stava di fronte ha colto un mio pensiero anche soltanto per una sfumatura dello sguardo. Ci sono situazioni nelle quali per dire ciò che stiamo provando in quel momento, il sentimento che ci abita, servirebbero mille parole, allora certi gesti sanno spiegare molto meglio e più immediatamente il nostro mondo interiore. Questo è particolarmente vero nella relazione d’amore: come potrebbe una mamma o un papà spiegare l’amore che prova per un figlio? Naturalmente basta un abbraccio, e quel sentimento inspiegabile dell’amore si rende visibile.

Per nessuno possiamo separare il corpo dalla persona. Anche per Gesù il suo corpo (la sua carne) era la visibilità del suo essere interiore, e poiché il cuore di Gesù era radicato nella relazione col Padre, il suo corpo era la visibilità di Dio; per questo Gesù dice a Tommaso: “Chi vede me vede il Padre”. Chi guardava Gesù vedeva il suo corpo, ma proprio attraverso il suo corpo si rendeva visibile la relazione col Padre alla quale Gesù attingeva. Con tutta la sua vita Gesù ha reso visibile Dio: quando si è chinato sull’umanità ferita dal male, quando ha offerto il perdono ai peccatori, quando ha abbracciato i bambini. C’è però un momento culminante della vita di Gesù nel quale la sua relazione col Padre si è resa visibile nella sua umanità, fino a imprimersi nelle ferite della sua carne. È il momento della croce, quando di fronte alla sofferenza della passione ha rinnovato la sua fiducia nel Padre, quando ha continuato a vivere l’amore mentre i chiodi si conficcavano nella sua carne.

Agli apostoli, nell’ultima cena, ha voluto anticipare in un segno quel dono che avrebbe fatto per tutti sulla croce. Quell’amore altrimenti indicibile l’ha reso visibile e incontrabile in un pane spezzato e condiviso diventato Suo corpo, sacramento del suo amore donato. Attraverso il sacramento dell’Eucarestia è dunque possibile vivere la richiesta di Gesù che scandalizzava i giudei, quella cioè di mangiare la sua carne. È evidente che non possiamo intendere il comandamento di Gesù di nutrirci dell’Eucarestia riducendo questo ad un gesto meccanico ed esteriore. Mangiare la sua carne è invito ad assumere quella vita di Dio, che si rende visibile nella persona di Gesù. Al gesto esteriore di accostarci all’Eucarestia, deve corrispondere il far entrare dentro la propria vita l’amore che essa esprime e contiene. Senza la disponibilità a questa trasfigurazione, senza la disponibilità ad essere assimilati a questo amore, il dono di Gesù rischia di essere vanificato.

il Parroco