L’avete fatto a me - Mt 25,31-46

Siamo giunti all’ultima domenica dell’anno liturgico, e la chiesa ci suggerisce di raccogliere con un’immagine ciò che abbiamo scoperto durante il percorso fatto, rivivendo nei tempi liturgici e nelle varie feste, i momenti salienti della vita di Gesù. L’immagine che ci aiuta a fare questa sintesi è espressa nel titolo della festa di oggi, e consiste nell’attribuire a Gesù l’appellativo di “Re dell’universo”. Con questo titolo, che chiaramente appartiene a tempi passati, esprimiamo un’idea fondamentale: l’incontro con Gesù è l’avvenimento che rende possibile dare un significato alla vita. Questa coscienza, che riassume la fede di ogni cristiano, ci è stata nuovamente proposta nell’esortazione apostolica di Papa Francesco che parte proprio da questa affermazione: “Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.” La parola del vangelo che la liturgia ci propone in questa festa, ci invita a fare un passo ulteriore e ci suggerisce il criterio con cui verificare se effettivamente stiamo attribuendo a Gesù il compito di guidare la nostra vita. Siamo invitati a chiederci: “Come cambia la vita quando s’incontra Gesù, e si accoglie l’invito a seguirlo?”. Potremmo formulare anche un’altra domanda: “Quale comportamento concreto attua la vita nuova che si realizza quando si vive alla luce della relazione di amicizia con Gesù?” Dobbiamo riconoscere che la formazione che abbiamo ricevuto nel catechismo ha messo al primo posto l’adempimento delle pratiche religiose, per cui più facilmente valutiamo l’essere cristiani dalla partecipazione all’Eucarestia domenicale, oppure dalla fedeltà alla preghiera e alle pratiche di pietà. Chiaramente non si tratta di mettere in contrapposizione i diversi comportamenti, come se un adempimento dovesse escludere l’altro. Il vangelo di oggi ci porta a dire però, che il modo più alto di attuare la vita di Gesù è l’amore dato ai fratelli, in particolare ai piccoli e ai deboli. È importante la preghiera, sono necessari i sacramenti per alimentare la relazione con Gesù, ma nutriti dal Suo amore, sostenuti dalla Sua presenza, dobbiamo partire per andare incontro agli altri. È nell’incontro con gli altri, soprattutto con i piccoli, (coloro che cerchiamo non attratti dalle loro qualità, ma coloro dai quali non possiamo aspettarci alcuna ricompensa), che scopriremo di aver incontrato e servito Gesù stesso.

Possiamo dire che nell’amore verso il prossimo, soprattutto quando è povero e ferito, sta la sintesi di tutta la vita cristiana.

Attraverso Gesù abbiamo conosciuto e fatto esperienza di Dio, colui che sta all’origine della vita di tutti; l’atto creatore con cui Egli ha tratto dal nulla la vita di ogni persona non viene meno, ma continua nel tempo e rimane vero per i giusti e per i peccatori. Guardare in questa luce il fratello, possiamo vederlo amato da Dio, e se amiamo Dio, dobbiamo amare chiunque altro sia partecipe come noi, del Suo amore.

Attraverso Gesù, anche noi ci siamo riconosciuti dei piccoli, verso i quali Dio si è chinato con la Sua misericordia e ci ha amato, nonostante le nostre debolezze e i nostri peccati. L’esperienza dell’amore fa sorgere dentro di noi il compito della restituzione: nell’amore al fratello si compie la riconsegna ad altri dell’amore ricevuto.

Concludo con le parole di Papa Francesco, che nel documento citato mette in guardia dal rischio di rinunciare alla Gioia: “Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del Suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene”.

il Parroco