Voce di uno che grida nel deserto - Mc 1,1-8

Nel nostro uso comune, la parola “Vangelo” identifica il libro che raccoglie la testimonianza su Gesù, e pertanto, non riusciamo a cogliere pienamente il senso del testo di Marco, per il quale dobbiamo pensare che l’evangelista dia a questa parola, il significato che gli è proprio nella lingua greca. La difficoltà, è dovuta al fatto che il termine “vangelo” non è una traduzione, ma una traslitterazione della parola greca “euanghelion” che significa: “Lieta notizia”. Ciò che noi leggiamo: “inizio del libro che si intitola Vangelo e che parla di Gesù” dovremmo invece leggerlo : “Inizio della notizia che riempie di gioia, la notizia che riguarda Gesù”. Sarebbe bello che risuonasse davvero così la parola di oggi; una parola che ci dice: “Guarda che c’è una bella notizia per te, un annuncio che ti porta la gioia”, sarebbe davvero molto bella!

La prima lettura ci porta al tempo dell’esilio in Babilonia. Gli ebrei erano in esilio lontano dalla patria e in balìa di un potere straniero. In quella situazione che sembrava totalmente compromessa, senza nessuna via di salvezza, un profeta anonimo che è giunto a noi sotto il nome del grande Isaia, vissuto circa centocinquanta anni prima, vede invece i segni di un possibile cambiamento e alimenta nel popolo la speranza, esortandolo a tenersi pronto, per partecipare alla novità che Dio sta preparando per il suo popolo.

Il vangelo ci porta in un altro tempo storico, nella situazione in cui un popolo è dominato dal potere straniero dei Romani che da qualche tempo stanno occupando il territorio di Israele. Anche allora la comunità cristiana, di cui Marco si fa portavoce, sa vedere i segni di un cambiamento, ci sono dei fatti nuovi che danno una svolta alla vita. Portatore di speranza nuova non è uno che viene dai sacerdoti del tempio, non è un maestro di qualche scuola rabbinica, non è una delle autorità costituite, ma è un uomo che viene dal deserto, dove si è ritirato per riascoltare la voce di Dio; inizio della buona notizia è: Giovanni Battista.

Giovanni parla non solo con le sue parole, ma soprattutto con la sua stessa vita; l’evangelista ne rileva in modo sintetico alcuni dati: vive nel deserto, luogo dove la vita perde fronzoli e maschere, e si è educati a saper stare soli con se stessi. Il deserto è il luogo dove s’impara a fare silenzio per ascoltare la voce del cuore, per udire la voce di Dio. Veste di peli di cammello, mangia locuste e miele selvatico, fa un percorso di distacco da molti bisogni per diventare attento all’essenziale. La vita nel deserto lo “spoglia” da molte esigenze, consentendogli di porre attenzione a ciò che è veramente necessario. Dal cammino nel deserto Giovanni diventa un testimone che sa dire parole che toccano il cuore, perché sono parole che nascono dalla vita e parlano attraverso la vita. Dal cammino nel deserto Giovanni si lascia raggiungere dalla presenza sorprendente di Dio che si manifesta in modo così diverso dalle sue attese, e indica in Gesù il Messia da seguire. Dal cammino nel deserto Giovanni impara a riconoscere la libertà che si manifesta nella fedeltà alla luce interiore, libertà per la quale saprà anche pagare il prezzo. Dal cammino nel deserto Giovanni impara a non fare di sé il centro dell’attenzione, per questo non cerca consensi alla sua persona, ma indirizza verso Gesù.

Rapportare l’annuncio dell’evangelista con la vita di oggi ci porta a chiederci: “Con che cosa oggi identifico una buona notizia?”, “L'annuncio che potrebbe portarmi la gioia, ha in qualche modo a che fare con Gesù?”

San Marco ci parla di una voce che diceva parole importanti per quel tempo, la voce di Giovanni Battista; possiamo chiederci: “Quali sono le voci significative nel nostro tempo?” “Quali persone dicono oggi parole che aiutano a dare valore alla vita?”

In modo ancor più personale potremmo chiederci: “Io sono una voce che porta luce per qualcuno?” “Che messaggio trasmetto con la mia vita, alle persone che mi circondano?”

il Parroco