Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli - Mc 6,7-13

La gente che viveva in Galilea e che aveva l’occasione di incontrare Gesù mentre percorreva le città e i villaggi, vedeva in Lui un maestro religioso che come altri, cercava di portare un messaggio di rinnovamento spirituale. Il messaggio di Gesù appariva particolarmente efficace, perché attraverso la sua parola e il suo amore, molti che erano colpiti da malattie, erano guariti; per questo si diceva di Gesù che la sua parola era diversa e manifestava una particolare autorità. Il vangelo di questa domenica ci presenta il momento in cui Gesù, sceglie alcuni dei suoi discepoli e li associa alla sua missione, incaricandoli di andare per i villaggi e le città ad annunciare la vicinanza di Dio e renderlo presente con i gesti di soccorso e di cura verso gli ammalati e i bisognosi. Dal vangelo di questa domenica potremmo raccogliere uno spunto per una riflessione sul compito di testimoniare la fede. Dopo le riflessioni che abbiamo fatto cercando di rispondere alle domande su: “Perché credere?” e “Come credere?”, oggi ci fermiamo invece a riflettere su come comunicare la fede. È questa una domanda di grande attualità, infatti constatiamo come un gran numero di persone vivano prescindendo da un cammino religioso e incontriamo indifferenza quando cerchiamo di affrontare con i nostri amici il tema della fede. I genitori sperimentano che i figli adolescenti si allontanano dalla chiesa, nella quale sono stati inseriti per il lungo tempo del percorso catechistico. Sul compito di comunicare la fede ci ha offerto un’ampia riflessione papa Francesco con l’Enciclica “Evangelii Gaudium”.

Per la nostra riflessione ci possono aiutare due domande: la prima riguarda il fondamento della missione e potremmo chiederci: “Perché vivere un’apertura del cuore verso gli altri?” La seconda riguarda lo stile della missione e potremmo formularla così: “Quali sono i criteri che devono ispirare l’azione verso gli altri?”

Per prima cosa possiamo notare che è Gesù stesso che va verso gli altri, che porta la pace, che si china sui malati e su chi è imprigionato da forze di male. Il discepolo è chiamato ad amare e ad andare verso gli altri perché è quello che fa Gesù; potremmo dire che chi ha sperimentato l’amore liberante di Gesù, proprio in forza dell’esperienza fatta, proprio come conseguenza dell’amore ricevuto, a sua volta sarà portato ad amare. È proprio una questione di fedeltà a sé e all’esperienza fatta: “Perché amato devi amare”. Questa riflessione ci impone una verifica sulle attività della parrocchia: molte volte le nostre iniziative pastorali sono mosse dalla preoccupazione di mettere in luce la nostra organizzazione e non la ricerca del bene delle persone a cui ci rivolgiamo.

Poi Gesù indica i criteri che devono guidare l’azione verso gli altri raccomandando di andare senza denaro, senza sacca, di rimanere nella casa dove si è accolti, cioè nel nostro andare verso gli altri occorre essere poveri e distaccati da ogni interesse e da ogni aspettativa di avere dei vantaggi per noi. Se si va a parlare di amore, se si va a portare amore, i criteri devono essere quelli dell’amore, e amare è un’azione che parte da un soggetto, si muove verso un altro soggetto e ha come unico scopo quello di arricchire quest’altro di bene. Raccogliamo nella parola “gratuità”, i criteri che devono guidare l’azione verso gli altri. Nel compito di andare verso gli altri Gesù esprime un impegno necessario, una condizione indispensabile, per essere suoi veri discepoli.

il Parroco