Dal di dentro infatti, cioè dal cuore - Mc 7,1-8.14-15.21-23

La settimana scorsa abbiamo chiuso la parentesi di cinque domeniche, nelle quali abbiamo letto il capitolo sesto del vangelo di Giovanni. Da oggi ritorniamo al vangelo di Marco, che riprendiamo dal capitolo sette. Il vangelo ci documenta che mentre Gesù ha trovato accoglienza tra i pubblicani e i peccatori che normalmente erano considerati lontani da Dio, ha trovato invece opposizione da parte dei farisei e degli scribi, che invece erano considerati gli uomini che maggiormente osservavano le pratiche religiose.

Nel capitolo sette l’evangelista Marco raccoglie la discussione tra Gesù e gli scribi e i farisei che nella società del suo tempo detenevano il potere culturale e religioso. Il problema che sta al centro dell’acceso dibattito intrecciato tra Gesù e i farisei non è la norma igienica che chiede di lavarsi frequentemente le mani per evitare il contagio con il virus dell’influenza. Non c’erano allora le conoscenze scientifiche, che potevano dare importanza a quest’aspetto della questione. Nella Sacra Scrittura c’era un’ampia legislazione che presentava tante situazioni da evitare perché attraverso di esse s’incorreva nella condizione d’impurità. Il ciclo mestruale, il contatto con il sangue, il mangiare determinati cibi, l’entrare in casa di pagani, queste sono alcune circostanze che rendevano impura una persona. Un uomo che fosse incorso in tali comportamenti era ritenuto un peccatore e, pertanto, escluso dalla relazione con Dio. La prima cosa che Gesù denuncia è che queste prescrizioni, che forse all’inizio potevano anche avere avuto un significato, erano ridotte a pratiche compiute soltanto per ossequio alla tradizione.

La questione che maggiormente interessa Gesù è però un’altra, ed è quel modo di pensare che attribuisce al contatto esteriore con cose o persone la condizione d’impurità o di purezza morale e religiosa. Il pregiudizio cui Gesù si oppone fermamente, riguarda il ritenere che da una situazione esteriore, da un contatto occasionale ed esterno possa derivare la condizione di santità o non santità, di vicinanza a Dio o di lontananza da Lui.

Per Gesù il centro della persona, ciò che Dio guarda dell’uomo, ciò da cui dipende l’essere buono o cattivo è il cuore. Con il termine cuore, Gesù indica quello spazio dell’esperienza umana che noi oggi chiamiamo interiorità o coscienza. La coscienza è quell’ambito nel quale ogni persona elabora la propria scala di valori, dove formula gli ideali che devono ispirare i suoi comportamenti. Una persona può compiere un gesto buono senza avere nel cuore una scelta del bene, ma compierlo per opportunismo, per convenienza, per darsi un’immagine; così come una persona può fare un’azione cattiva in buona fede, ignorando cioè il significato negativo di quel gesto. Una persona non è buona o cattiva soltanto in forza di un’azione esternamente compiuta, ma lo è in base all’intenzione con cui l’ha vissuta, al significato che ha dato a quell’azione nella sua coscienza. Il principio affermato da Gesù è molto moderno e molto attuale, pensiamo a quanto è difficile, non solo in campo religioso, far coincidere interiorità ed esteriorità, far corrispondere il pensiero alle parole, le parole alle azioni.

Provo perciò a fare alcuni esempi in riferimento alla vita religiosa:

         Non basta la partecipazione solo esteriore ai gesti religiosi o l’atto di sola presenza, ma occorre cercare di aderire con la mente e di partecipare con l’amore alla relazione con Dio che si attua attraverso quel rito.

         Non basta il pellegrinaggio a un luogo religioso o la partecipazione occasionale ad una grande manifestazione, se da questa esperienza non si formulano scelte da vivere ogni giorno.

         Non possiamo formulare giudizi sui comportamenti degli altri guardandoli solo dall’esterno, senza fare lo sforzo di capire perché agiscono così e quali sono i valori che portano nel cuore.

Anche se, come dice il proverbio, non bastano le buone intenzioni, tuttavia elaborare un desiderio sincero del bene nella nostra coscienza, è senz’altro un primo importante passo e ha valore il continuare ad alimentarlo, anche se sperimentiamo continuamente l’incoerenza con questo proposito.

il Parroco