È vicino, è alle porte - Mc 13,24-32

Noi cristiani dividiamo il tempo in cicli annuali nei quali, attraverso la diversità dei periodi liturgici e attraverso le feste, ripercorriamo e riviviamo la vita di Gesù. Giungiamo oggi alla penultima domenica del nostro anno e, arrivando a leggere la parte finale del vangelo di Marco, incontriamo le parole di Gesù con le quali insegna ai suoi discepoli a valutare il senso del tempo.

Anche gli uomini antichi, di fronte all’alternarsi di eventi che arrecavano gioia e fatti tragici che portavano dolore, si chiedevano se fosse riconoscibile un ordine tra i diversi avvenimenti, se fosse possibile vedere la presenza di un architetto che governava il tempo. Ricordiamo ancora nelle nostre reminiscenze scolastiche, quelle espressioni contenute in varie poesie che invitavano a vivere pienamente il momento presente, perché il futuro era assolutamente incerto e non si poteva per niente contare che apportasse miglioramenti. Molti modi di vivere della nostra società sono improntati a questo modo di pensare. Nella vita delle persone si pone molta attenzione al tempo presente, mentre non ha più valore ciò che è accaduto nel passato, ritenendo che non si possa imparare da ciò che è avvenuto prima. Neppure si dà considerazione al futuro, ritenendolo assolutamente incerto e non fautore di eventi migliori. Uno dei sintomi di questa mentalità è la cultura dello “sballo” così diffusa tra i giovani, pronti a sperimentare ogni cosa pur di arrivare all’eccesso, senza saper valutare le conseguenze dei loro comportamenti. La rinuncia a vivere il tempo come occasione per fare progetti sul futuro della propria vita è anche manifestata dalla diminuzione delle vocazioni; c’è tra i giovani l’incapacità di assumere decisioni definitive, preferendo conservarsi sempre aperte le diverse possibilità. Il rinvio del matrimonio e la scelta della convivenza sono segno della medesima cultura, che vive piuttosto attenta al presente e non è proiettata verso il futuro.

Riconosciamo di non poter essere facilmente ottimisti sul futuro, se osserviamo il susseguirsi a ritmo incalzante degli avvenimenti tragici che riempiono le pagine dei giornali. Immigrazione di massa, diffusione di cellule terroristiche, fondamentalismo religioso, paesi in guerra, crisi economica: è un elenco che dà facile spunto ai profeti di sventura. Abbiamo ascoltato in questi giorni, in preparazione della conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, i moniti allarmistici degli scienziati sul futuro della terra. Papa Francesco ci ha voluto mettere in guardia sui rischi che corriamo, e sulla responsabilità di custodire la terra anche per chi verrà dopo di noi.

Come, “da cristiani” guardiamo al tempo, sia a quello individuale della nostra vita, sia a quello collettivo della storia? Gesù, nel suo insegnamento, utilizza quella particolare forma di linguaggio già presente nei testi dell’Antico Testamento, che gli esegeti chiamano ”linguaggio apocalittico”.

Attraverso questo linguaggio, Gesù invita a guardare alla storia con speranza, dicendo che Dio agisce nella storia e che in ultimo la vita si compirà con un incontro con Lui. Dio che si è rivelato attraverso Gesù nel suo essere amore, sarà Lui ad avere l’ultima parola, che sarà una parola di bene, perché il suo amore non può venir meno, perché il suo amore è più forte della morte, perché il suo amore è per sempre. Da questa lettura della storia deriva per il credente un richiamo alla responsabilità: il tempo che è dato da vivere non è uno spazio vuoto da lasciar scorrere in atteggiamenti passivi, ma è lo spazio da riempire con scelte personali e responsabili. Abbiamo la possibilità di utilizzare il tempo, esercitando la nostra libertà, indirizzando i nostri comportamenti, operando per modificare il corso dei fatti in modo che anche attraverso di noi si compia quel disegno come l’ha pensato e come lo sta costruendo Dio stesso.

il Parroco

 

NOTA storico-filosofica e breve filmato

Per gli antichi Greci la natura era increata, aveva sue ragioni interne di movimento, era totalmente indifferente ai casi dell'umanità. La vita era davvero "una ruota", e l'uomo era impotente di fronte al suo fluire. La fede giudaica introduce una temporalità di tipo molto diverso. Gli Ebrei aspettavano un Messia, non avevano chiaro di che cosa si trattasse, ma era evidente che un Dio persona, un Dio creatore, aveva fatto un patto con loro, per condurli ad una situazione finale "bella", "buona", "auspicabile". Con Gesù la cosa si fa più chiara, si attende la sua apparizione nella Gerusalemme celeste. L'umanità ha un fine da perseguire, che si attua nella "storia", la "storia" può nascere solo con la temporalità cristiana.

Di seguito uno stralcio
(meno di 2 minuti) del racconto di Umberto Galimberti, filosofo, scrive oggi su “D, La Repubblica delle Donne”. E' lontano dal mondo della fede, ma questo estratto è funzionale a meglio capire questo concetto.

Per chi oggi è lontano dalla fede, la storia e il domani non hanno particolare senso. Perché porsi limiti? "Cui prodest?". Se non ho un fine da perseguire, faccio ciò che voglio e basta.

Vedi At 14,1-7

Giampiero Barbieri

il Tempo



nella classicità greca






per gli antichi "ciclicità",







la natura è prima di ogni cosa









nell'Esodo con la fuga dell'Egitto










si sviluppa l'alleanza con Dio ...











" eskaton " ...

Il sacro, "di Umberto Galimberti - filmato"