Padrone, lascialo ancora quest’anno ... - Lc 13,1-9

Lo sviluppo di mezzi di comunicazione sempre più perfezionati (giornali, radio, televisione e internet), porta ogni giorno nelle nostre case una valanga di notizie. I collegamenti sempre più rapidi fanno si che una notizia, in breve faccia il giro del mondo. Conosciamo così tanti fatti tragici: accadono catastrofi naturali che seminano dolore e morte, ma più spesso sono comportamenti umani che causano morte e dolore. È molto raro, ma per fortuna ci sono a volte notizie positive: scoperte mediche o scientifiche che migliorano la vita degli uomini, azioni mirate a dare sollievo o iniziative di solidarietà. “Come dobbiamo leggere il giornale da cristiani?” Potremmo dare questo titolo alla riflessione sul vangelo di oggi.

Possiamo infatti, immaginare Gesù che legge il giornale: funzionava anche al suo tempo quel giornale antico fatto dalle notizie che corrono di bocca in bocca; due notizie arrivano anche all’orecchio di Gesù. Si tratta di due fatti tragici, anche se di natura molto diversa. Il primo deriva dalla responsabilità di Pilato, che nell’esercizio del potere usa il pugno di ferro e senza alcuno scrupolo uccide dei Galilei, (forse sospettati di essere dei sovvertitori dell’ordine stabilito) mentre nel tempio stanno facendo un sacrificio. L’altro fatto deriva invece da una tragica fatalità: o per un terremoto o per il logorio del tempo, crolla la torre di Siloe, e seppellisce diciotto inermi passanti che restano uccisi.

Secondo la mentalità di quel tempo, ma anche oggi, c’è un modo di reagire alla conoscenza dei fatti drammatici attribuendoli a una volontà superiore, che ci lascia totalmente impotenti. Anche nel nostro modo di parlare si sente dire: “È un castigo di Dio”; oppure “È una fatalità”, o “Era il loro destino”. Se guardiamo ai fatti dolorosi della cronaca come al realizzarsi di “un cieco destino”, rischiamo di rimanere inermi e passivi di fronte a questi fatti, accontentandoci al massimo di commentare: “Per fortuna non è toccato a me, io me la sono scampata”.

Gesù rifiuta totalmente quel modo di pensare che attribuisce i fatti dolorosi a Dio come a uno strumento con cui castiga il peccato e dichiara: ”Non perché fossero più peccatori di altri, hanno subito tale sorte.” Il male non si può spiegare come castigo di Dio. Se attribuisci a Dio la colpa del male che accade, quando anche tu sperimenterai il dolore, sarai indotto a pensare che Dio non ti ami e che, come un ladro, viene per rubarti la vita.

Gesù invita a vivere una conversione e il primo cambiamento da vivere è proprio quello di mutare la nostra immagine di Dio, come ci invita a fare papa Francesco in quest’anno giubilare della misericordia. Non sempre possiamo spiegare il perché della sofferenza, anche se nei fatti riportati dal vangelo, possiamo dire che: per il primo, la responsabilità è di Pilato e della sua sete di potere, e per il secondo, può esserci la responsabilità di chi ha costruito la torre, perché non ha fatto un lavoro sicuro, oppure di chi ha visto il deterioramento e non ha preso provvedimenti.

Gli avvenimenti, non contengono tutti nello stesso modo l’attuarsi della volontà di Dio; possiamo riconoscere che l’azione di Dio è contenuta maggiormente in quei fatti che corrispondono al realizzarsi del bene. La volontà di Dio è quando si continua l’atto creatore, per cui la realtà passa dall’iniziale caos alla sua realizzazione in modo ordinato. Potremmo dire che gli avvenimenti sono le circostanze che accadono secondo la libertà del farsi del mondo, ma che dentro lo svolgersi di questi avvenimenti c’è lo spazio perché ognuno possa decidere da che parte stare, se da quella di chi genera dolore, o di chi fa crescere il bene.

Leggere il giornale da credenti, vuol dire non passare facilmente oltre il dolore che c’è nel mondo, ma decidere di stare dalla parte di chi, come Dio, quel dolore lo vuole condividere, quel dolore lo vuole salvare.

il Parroco