Io le conosco ed esse mi seguono - Gv 10,27-30

La quarta domenica del tempo di Pasqua è denominata la domenica del Buon Pastore, perché leggiamo un tratto del capitolo decimo del vangelo di Giovanni, nel quale Gesù utilizza l’immagine del pastore per rivelare se stesso e la sua missione. Essendo prevalenti nella società del suo tempo le attività agricole e pastorizie, passando per le campagne era continuamente possibile incontrare dei pastori. Non è questo il fatto che ha suggerito a Gesù di utilizzarne il paragone, la fonte cui egli attinge è piuttosto la Sacra Scrittura, nella quale tante volte si usa la figura del pastore per parlare di Dio.

I testi più conosciuti sono il salmo 23 e la famosa profezia di Ezechiele, riportata nel capitolo 34 dei suoi scritti, nella quale il profeta annunzia che Dio stesso sarà il pastore di Israele. Questo passo era letto nella festa della Dedicazione e in base al vangelo di Giovanni possiamo pensare che il contesto di quella festa fosse l’occasione per questo insegnamento da parte di Gesù.

Con l’immagine del Pastore Gesù applica a sé l’antica profezia dicendo che essa si realizza nella sua persona: attraverso di Lui Dio si manifesta come il vero pastore, perché egli è una cosa sola col Padre. Questa relazione ha la qualità dell’amore, infatti il pastore è totalmente proteso alla ricerca del bene delle pecore. Dalla relazione col pastore dipende la vita delle pecore: da lui deriva la possibilità che le pecore siano nutrite e siano salvaguardate dai pericoli.

Della relazione che il pastore ha nei confronti delle sue pecore com’è descritta dal vangelo, mi sembra importante porre l’accento su come essa passi attraverso la conoscenza. Nel Vangelo di questa domenica si accenna appena a quest’aspetto, si dice infatti: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco”, ma se leggiamo l’intero capitolo ci accorgiamo come il tema della conoscenza tra il pastore e le pecore e viceversa, sia molto rilevante.

Ritengo importante sottolineare l’aspetto della conoscenza, perché questo significa che la relazione è “personale”. Una relazione che avviene attraverso la conoscenza, vuol dire che si rivolge alla persona, non semplicemente in quanto parte di un gruppo, ma la raggiunge nella sua singolare individualità. Se Dio ama me con una relazione personale, significa che mi vede non soltanto come parte dell’umanità o in quanto parte della chiesa, ma mi conosce e mi ama nella mia singolare individualità, con i pregi e i difetti, con le luci e le ombre. È per me riflessione molto feconda pensare che Dio mi conosca, in base a ciò posso accettarmi anche nei miei limiti, pensando che siano conosciuti da Dio. Pensare che la relazione di amore che Dio vive nei miei confronti si è manifestata nella relazione che Gesù viveva con le persone che ha incontrato, pensare che è una relazione personale, arricchisce molto l’esperienza spirituale.

Ogni persona è unica e diversa dalle altre: diversa per genere maschile o femminile, diversa per età giovane o adulta, diversa per le circostanze della sua vita, ma ancor più diversa per la singolarità del suo carattere. Pensare che Dio ama riconoscendo la singolarità di ciascuno, vuol dire che ciascuno deve dare a Dio una risposta di amore in base alla propria singolarità. Se noi consideriamo i santi, vediamo come essi siano tutti diversi, tanto che tra loro ci sia una personalità forte, quasi militaresca come sant’Ignazio di Loyola e una personalità tutta “emotività e sentimento” come san Francesco. C’è dunque un cammino cristiano che ognuno deve vivere valorizzando la singolarità della sua persona. Questa ricerca di come vivere il cammino dietro a Gesù valorizzando le doti personali si chiama “vocazione”. In questa ricerca emergeranno operai, insegnanti, medici o ingegneri cristiani, ma anche sposi o consacrati religiosi, oppure preti che capiranno qual è la strada per seguire Gesù, ma anche qual è la strada per valorizzare pienamente la propria persona.

il Parroco