Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo? - Lc 10,25-37

Gerusalemme è posta su un altipiano a circa settecento metri di altitudine, Gerico si trova nell’affossamento nel quale scorre il fiume Giordano, quasi a trecento metri sotto il livello del mare. La strada che va da Gerusalemme a Gerico, (ora è una larga e comoda autostrada), scende velocemente per coprire il dislivello tra le due città. Gerusalemme è il centro religioso e politico, guardando la città dalle pendici del monte degli ulivi si vede imponente la struttura del tempio, luogo dove Dio ha posto la sua dimora; la legge prescrive di andare ogni anno in pellegrinaggio per rinnovare l’adesione all’Alleanza sancita col popolo di Israele. Gerico è città di confine: oltre il Giordano ci sono i pagani, è un crocevia, dove s’incrociano le strade che collegano la Palestina da nord a sud e quelle che permettono il redditizio commercio con i territori della Mesopotamia. Gerusalemme può usufruire dell’aria umida che viene dal mare a ovest, ma che proprio su quelle colline esaurisce la sua forza; da li in poi il territorio è arido, un vero e proprio deserto. La prima immagine che accogliamo dal vangelo è quella della strada: dobbiamo essere discepoli di Gesù in cammino, che partono dalla chiesa, luogo della preghiera e dell’incontro eucaristico, e percorrono le strade del mondo alla ricerca dell’incontro con l’uomo. La strada rappresenta quel movimento a cui papa Francesco ci sta richiamando: dal centro alla periferia.

Non è difficile immaginare la veridicità della parabola, il deserto che circonda la strada rende molto insidioso il cammino di chi solitario vi si avventura, e può divenire facile preda dei briganti.

Sulla strada verso Gerico ci sono due uomini che per il loro portamento sono ben riconoscibili: uomini religiosi che vengono proprio dal servizio del tempio, un sacerdote e un levita, persone che dovrebbero particolarmente esprimere nelle loro azioni un modo di vivere corrispondente alla volontà di Dio e alla sua legge. Vedono l’uomo mezzo morto, ma affrettano il passo andando oltre, guardando dall’altra parte.

Possiamo provare ad immaginare le motivazioni e gli stati d’animo che provocano un tale comportamento, confrontandoli con il “nostro passare oltre” di fronte a chi chiede il nostro aiuto. Sono passati oltre per la fretta di andare a compiere il progetto che li ha messi in cammino, forse i due tornavano a casa e avevano premura di arrivare. Sono passati oltre per la paura che potesse capitare a loro la stessa sorte di quel mal capitato. Forse pensavano che la loro dignità sacrale non si dovesse compromettere con quella situazione disdicevole o forse perché impauriti dalla loro incompetenza.

Su quella medesima strada, passa anche uno che vede l’altro uomo lasciato lì mezzo morto e ascolta la compassione che grida nel suo animo, e invece di andare oltre si ferma, scende e si abbassa andando vicino a quel poveretto. Anche lui per un attimo pensa a qualcuno che lo aspetta, anche lui prova per un attimo la stessa sensazione di paura, ma più forte è in lui la presa di coscienza del bisogno dell’altro.

Una sequenza di gesti descrive l’intervento di soccorso: sono gesti solleciti, precisi e tutti rivolti a soccorrere il ferito, a provvedere alla situazione. “Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versò olio e vino, lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui, e ancora tirò fuori due denari e li diede all’albergatore”.

Vogliamo ancora considerare le qualità del gesto di quell’uomo che si china sul ferito: è un samaritano, (possiamo pensare che il ferito sia un ebreo) chinandosi verso di lui supera le differenze di razza, di religione e di cultura; per lui non sono una barriera invalicabile tutte le ragioni della diversità. Nel compiere i suoi gesti di cura egli accetta di perderci: perde il suo tempo, perde il suo olio e il suo vino, perde il suo denaro che consegna all’albergatore.

Ci sono ancora due considerazioni necessarie.

Perché il samaritano ha agito così? Forse perche era più buono. La risposta ci è suggerita nel commento che il Card. Martini fa di questa Parabola: “La compassione è la qualità di Dio, chi si pone veramente in ascolto di Dio si lascia attraversare dalla medesima compassione.” Non il sacerdote, non il levita, si sono lasciati guidare da Dio, ma il samaritano, quello che tutti giudicavano un miscredente.

Nella luce di Dio non si è fermato a pensare se l’altro meritava il suo aiuto, non ha cercato nell’altro le qualità che giustificassero il suo intervento, ma ha visto se stesso pari all’altro e l’ha riconosciuto come fratello.

il Parroco