Siamo servi senza pretese - Lc 17,5-10

Lo sviluppo culturale e sociale della civiltà occidentale, che io penso sia avvenuto con l’influsso decisivo del cristianesimo, (anche se in alcuni tempi, come nell’Illuminismo, la chiesa ha fatto resistenza a riconoscere i diritti alla libertà e all’eguaglianza tra le persone) ci ha portato ad avere, almeno sulla carta, grande rispetto per la persona. Seguendo la carta dei diritti del lavoratore, formulata nella nostra società, siamo portati a indignarci di fronte allo sfruttamento del lavoro che avviene nel fenomeno del caporalato nelle coltivazioni agricole del sud d’Italia, e a sentire come ingiusta la competizione dei prodotti cinesi, ottenuti grazie ad un’organizzazione del lavoro che non riconosce ai lavoratori i loro giusti diritti.

Alla luce di questa coscienza, anche l’immagine utilizzata da Gesù non è proprio la più adeguata a trasmettere un messaggio efficace, perché quella relazione del servo col suo padrone, oggi ci appare piuttosto una relazione di sfruttamento. Dobbiamo considerare che le parole di Gesù si riferiscono a un’organizzazione sociale totalmente diversa dalla nostra, nella quale era legittima e pienamente giustificata la schiavitù. Ritengo che il racconto della piccola parabola del servo, che tornando a casa dopo il lavoro nei campi deve continuare il suo compito nel lavoro domestico e ancora servire il suo padrone, voglia dirci che la relazione con Dio non va coltivata allo scopo di averne poi la ricompensa, ma perché quella relazione dà pieno valore alla vita. Per il servo che torna dal lavoro nei campi, la nuova richiesta di preparare la cena e di servirla al suo padrone, non è strana, egli adempie semplicemente il suo compito, realizza cioè la sua identità. Se pensiamo alla forma di questa relazione riferendola ai rapporti di lavoro, ci viene da pensare giustamente, alla richiesta di un carico eccessivo e non riusciamo proprio a pensare a Dio così. Dio non è un padrone e noi non siamo servi per Lui, ma Dio è Padre e noi siamo i suoi figli; amarlo e vivere aderendo alla Sua volontà non è fare una cosa onerosa che si giustifica soltanto con la successiva ricompensa. Se viviamo da figli e amiamo il Signore, è perché Lui ci ha già amato per primo, facendo per noi molto più di quanto noi possiamo fare per Lui.

Tra i tanti e preziosi incontri raccontati in quel meraviglioso libretto che è il piccolo Principe, mi è rimasto molto impresso anche quello nel quale il piccolo Principe incontra il mercante, venditore di pillole che tolgono la sete. Il mercante spiega al piccolo Principe la prodigiosità del suo ritrovato: inghiottendo una delle sue pillole, per tutta la settimana non si avrà più il bisogno di bere. Con quest’artificio prodigioso, gli esperti avevano calcolato che si risparmiava ben cinquantatré minuti da poter utilizzare a proprio piacimento. Al termine della spiegazione il piccolo Principe commentava: "Io, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio, adagio verso una fontana". Con questo racconto l’autore si pone con atteggiamento critico di fronte a quel modo di vivere che vede il profitto e l’utile come unico motore che spinge la persona all’azione.

Tutti possiamo richiamarci a qualche esperienza rimasta impressa nella nostra memoria, che non ha avuto come esito immediato un profitto, ma che ha fatto emergere un aspetto della nostra persona, che ha raggiunto e fatto vibrare una corda del nostro animo. Ha senso per me, uscire da casa verso sera in una giornata di sole, andare verso il mare per vedere il sole calare all’orizzonte fino a tuffarsi nel mare, mentre il cielo si tinge di svariati e sorprendenti colori. Eppure se uno mi chiedesse: “Che cosa ci guadagni da questo?”. Io risponderei: “Niente”; infatti, sembrerebbe un gesto inutile che non serve. Restare incantato di fronte al tramonto, mi dà consapevolezza della grandezza, dell’armonia, della bellezza dell’universo e sento che io così piccolo, sono parte di questo immenso disegno. Una simile esperienza non posso dire che sia utile, se non a ridestare e a far crescere consapevolezza della mia identità. Ugualmente posso riferirmi all’esperienza del restare incantato di fronte ad un quadro, o all’ascolto di una sinfonia, o alla lettura di un libro. L’esperienza più significativa è l’amicizia, un’esperienza assolutamente inutile dal punto di vista del guadagno, eppure è l’esperienza più significativa, quella che riempie la vita di senso. Ci sono esperienze che non servono se calcolate con la misura del profitto economico, ma sono importantissime perché ci fanno sentire vivi, ci danno coscienza di ciò che siamo.

Allora possiamo chiederci: “Cosa ci guadagno dal credere in Dio?”. Ecco la risposta: “Niente, ma mi accorgo che il credere in Dio mi rende bella la vita, perché mi fa sentire amato”.

I quattro principi basilari della Dottrina Sociale della Chiesa cattolica :

« Il comandamento dell’amore sarebbe, perciò, il fondamento generale della dottrina sociale della Chiesa. Ci sono, però, anche delle fondamenta specifiche, che possiamo ridurre a quattro principi basilari di tutta la dottrina sociale della Chiesa, quattro colonne su cui tutto l’edificio si appoggia.»

     1. dignità della persona umana
     2. bene comune
     3. sussidiarietà: le decisioni nella società si devono lasciare al livello più basso possibile, cioè al livello più vicino
                                 alle persone su cui la decisione incide. [ l’autorità centrale ha funzione essenzialmente sussidiaria,
                                 essendo ad essa attribuiti quei soli compiti che le autorità locali non siano in grado di svolgere da sé
]
     4. Solidarietà:…la famiglia umana è una. La solidarietà ci invita a crescere nella nostra sensibilità verso gli altri,
                                 soprattutto coloro che soffrono                                                                [ ndr. ]

il Parroco