Se tu sei Figlio di Dio - Mt 26,14-27.66

L’evangelista Matteo ci racconta la sofferenza che Gesù ha dovuto subire per la violenza del potere Ebraico e Romano, riportando come un ritornello insistente la frase: “Se è Figlio di Dio scenda dalla croce e gli crederemo”. Questa frase riprende la spontanea riflessione di ogni uomo che vive la sofferenza: “Se uno è sulla croce non può essere Figlio di Dio”. Il significato della Pasqua è proprio tutto giocato tra due frasi che ascoltiamo nel vangelo: una è posta sulla bocca di vari personaggi che invitano Gesù a scendere dalla croce, segno che finalmente lo farebbe riconoscere Figlio di Dio; l’altra è quella che dice di Gesù che rimane sulla croce fino all’ultimo continuando a fidarsi di Dio Padre e per il quale si dirà proprio di fronte al crocefisso: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Le due frasi rappresentano il dilemma che sta continuamente di fronte ad ogni persona. La vita ci assegna il compito di individuare il fondamento della gioia, ma ci offre anche l’esperienza che più mette alla prova le ragioni della gioia, che è la sofferenza. Di fronte alla sofferenza e alla morte si pone la domanda: com’è vero che la vita è bella se soffro? Com’è vero che la vita è bella se muoio?

Gesù ha vissuto una vita umana simile alla nostra, tutta all’insegna della coscienza dell’essere figlio di Dio, amato dal Suo infinito amore; attraverso la sua testimonianza ha reso possibile che anche noi vivessimo con la sua stessa coscienza. Se è facile vivere nella luce della fede nell’amore di Dio quando la vita si svolge come un cammino sereno circondato da affetti, ben più difficile è camminare pieni di speranza quando la strada incomincia ad inerpicarsi  per le salite del dolore. Prima o poi arriva l’appuntamento con il dolore, quando non c’è nessun segno che ci aiuta a dire che siamo amati. E poi ci sono delle persone così bersagliate dal dolore della vita, per le quali ci sembra proprio impossibile poter dire che la vita è grazia, che nella vita anche loro sono amate. Possiamo pensare alle famiglie di chi ha perso il posto di lavoro, possiamo considerare la persona a cui è stata diagnosticata una grave malattia, possiamo metterci nei panni dei poveri del sud del mondo, i profughi che partono sui barconi spinti da una debole speranza, tutti quelli che scappano dalla sofferenza della guerra. Come possono ringraziare della vita tutti i crocifissi dalla sofferenza? Gesù ha accettato di stare al nostro posto, al posto di tutti i sofferenti e ha insegnato a dare senso alla sofferenza testimoniando che Dio è amore.

Ecco perché possiamo dire che Gesù è figlio di Dio, proprio perché è rimasto sulla croce! Se fosse sceso dalla croce, Dio non sarebbe stato il Dio di tutti, non sarebbe stato il Dio di tutti i momenti; se fosse sceso dalla croce non sarebbe stato il Dio di tutti coloro che sono su una croce.

Gesù resta sulla croce per dire la verità di Dio che si schiera, che prende parte, che sta a fianco degli uomini e delle donne, specialmente a fianco di coloro che sono sulla croce. Pensando alla croce di Gesù, possiamo sentire un po’ di paura e avere qualche perplessità ad alzare il ramo di palma e di ulivo; possiamo chiederci se davvero abbiamo voglia di fare quel gesto, che significa essere schierati dalla parte di Gesù e con Lui, dalla parte di tutti i crocefissi della terra.

                                                                                                                                       il Parroco

 

Mt 27.32-66

La crocifissione

Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce.  Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d'Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: «Sono Figlio di Dio»!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

Agonia e morte di Gesù

A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c'erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

Sepoltura di Gesù

Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all'entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c'erano Maria di Màgdala e l'altra Maria.

Il giorno seguente, quello dopo la Parasceve, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell'impostore, mentre era vivo, disse: «Dopo tre giorni risorgerò». Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: «È risorto dai morti». Così quest'ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.